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2026-02-03T20:10:52+00:00
EPIC.04

Osamu Tezuka, Takarazuka e Lady Oscar

Il cerchio perfetto,
in un giorno perfetto.

È metà aprile, e sul Giappone piovono petali di sakura e turisti. Sto girando l’arcipelago da un mese e mezzo per lavoro, passando e ripassando sotto il Fuji su treni proiettile pieni di americani in pantaloncini che non sanno bene dove andare e con ogni probabilità non hanno mai sentito parlare di Mademoiselle Anne e del Fujiyama che vegliava su di me.

Indiana Jones diceva che non sono gli anni, ma i chilometri.
E invece sono proprio gli anni.

Ogni giorno privo da impegni che riesco a strappare alla stanchezza che si va sedimentando una settimana via l’altra, in questo viaggio, ho deciso di dedicarlo a una piccola gita in luoghi in cui non sono mai stato prima.

E fin qui la particolarità è che sono tutti legati da un filo comune, la mia passione per i fumetti e gli anime giapponesi. Che poi sono quello che mi ha fatto innamorare di questo Paese, quasi mezzo secolo fa, quando un super robot pilotabile era per un bambino di fine anni Settanta la cosa più bella del mondo. E sono quello che mi ha portato qui per la prima volta, quando il secolo era ancora giovanissimo, e molto indirettamente il motivo per cui ogni anno trascorro un paio di mesi in un luogo che non smette mai di stupirmi, anche se ne conosco le metropoli meglio di quanto conosca la città in cui vivo. E la mia è una città del sud molto piccola.

Così, qualche settimana fa, a Tokyo sono andato alla ricerca dei luoghi di Ashita no Joe, il quartiere in cui il vecchio Danpei ha costruito il suo Tange Boxing Club, la palestra per Joe Yabuki e Mammuth Nishi, sotto un ponte. Cercavo proprio quello, il Ponte delle Lacrime, e ho trovato solo tristezza, scoprendo un quartiere ancora popolato dagli ultimi, dai senzatetto, dai jōhatsu, quelli che a un certo punto hanno deciso di abbandonare la loro vita precedente e sparire dalla società.

Per le ragioni più varie, ma quasi sempre riconducibili all’essersi trovati schiacciati dal peso enorme che la società stessa riesce a esercitare sugli individui, in questo Paese in cui tutto sembra pulito e le cose sembrano funzionare molto meglio che da noi. Almeno, se non dormi in un quartiere in cui gli impiegati tirano tardi abbracciati ubriachi al loro capo a cui domani mattina torneranno a rivolgere la dovuta e formale deferenza, o se non ti ritrovi a dover mandare un fax – un fax – a un qualche ente statale nell’anno duemilaeventicinque.

Sono venuto via da quel quartiere abbandonato a se stesso e cadente, a pochi minuti dalla Tokyo dei selfie e dei reel su Instagram, con un magone annodato alla gola enorme. Ma ora conoscevo un po’ meglio il senso di un manga e di un anime meravigliosi, l’ineluttabilità della loro poetica degli ultimi.

 

The Osamu Tezuka Manga Museum – Takarazuka

 

Per oggi avevo in mente qualcosa di diverso. Volevo vedere Takarazuka, il posto in cui si è cresciuto il dio dei manga, Osamu Tezuka, e in cui ancora sorge un teatro tutto al femminile che ha anch’esso un ruolo importante nella storia dell’immaginario nipponico declinato in fumetti e serie animate.

Ho lasciato Kyoto che era ancora mattina presto, quell’ora in cui in giro per l’antica capitale ci sono solo i corvi giganti che ti scrutano con i loro occhi nerissimi da demoni impertinenti. Il treno della Hankyu-Kyoto Line lanciato verso Osaka era pieno di studenti assonnati che hanno appena iniziato il nuovo anno scolastico – qui comincia ad aprile e finisce a marzo – e salaryman, ovviamente vestiti tutti uguali.

Dove un tempo ci sarebbero state console portatili e volumoni di Shōnen Jump, o futuristici telefoni a conchiglia mai visti alle nostre latitudini, ora c’è solo un’omogenea distesa di iPhone e cellulari Android ordinari, su cui i manga sono letti una polliciata alla volta o scorre praticamente da solo uno di quei tap game coloratissimi e privi di senso.

Il treno taglia lenzuola di placido verde stese tra un centro abitato e l’altro, scivolando accanto a un paio di edifici famosi. La fabbrica della cioccolata Meiji, a forma di enorme tavoletta, mi ricorda che non ho ancora fatto colazione. La distilleria Yamazaki della Suntory, la più antica distilleria di whisky giapponese, ai piedi del monte Tennōzan, che è sempre “tempo di relax, è tempo di Suntory”. Soprattutto se arrivi a sera dopo un giorno in cui ti ritrovi ad aver camminato per venti chilometri, e un bicchierino di Hibiki ti sembra la meritatissima ricompensa per quella mezza maratona.

 

 

Cambio linea a Jūsō, in una piccola stazione deserta, e salgo su un vagone ancor meno frequentato del precedente. Il sole splende pigro sulle panchine e sugli immancabili distributori automatici della banchina. Le resse di una Kyoto imbottigliata dall’overtourism sembrano lontane un milione di chilometri. Osaka è letteralmente dietro l’angolo, ma potrei essere dall’altra parte del Paese, nell’insofferente campagna in cui i giovani protagonisti di un film di Makoto Shinkai anelano la vita tentacolare della metropoli.

Mentre passeggio mi rendo conto che non può con ogni probabilità esistere un periodo migliore dell’anno per vedere per la prima volta Takarazuka. Un vento forte e costante l’ammanta di una pioggia di petali troppo bella per non sembrare un effetto speciale. Potrei ascoltare in cuffia, come faccio sempre, qualcosa di adatto, ma per una volta spengo anche la regia nella testa. Sento solo il vento, i corvi padroni del cielo, l’acqua del fiume sotto il lungo ponte che sto attraversando.

Lascio nello zaino lo smartphone anche perché non ho bisogno del navigatore: il posto in cui sto andando, del resto, è il cuore di questa città e la ragione per cui vengono a visitarla anche molti giapponesi. Attraversato il lungo ponte sul fiume Muko, che ne taglia il centro creando un panorama da nord Europa, un’altra pioggia di sakura mi accoglie nel luogo in cui sorgono, a pochi metri l’uno dall’altro, il teatro del Takarazuka Revue e il museo dedicato al dio dei manga, Osamu Tezuka.

Le origini del manga per come lo conosciamo oggi e di un fumetto di grande successo, Versailles no Bara (Lady Oscar), s’intrecciano come le spine di un roseto ai piedi delle statue di Oscar e André, entrambe donne.

Tutto è collegato, e tutto è merito anche di Takarazuka, del suo teatro e dei suoi coleotteri.

 

La statua di Oscar e André al Takarazuka Grand Theater di Takarazuka, Hyōgo.

 

Per gli standard giapponesi, con i suoi 220 mila abitanti, Takarazuka è poco più di un paese.

In questa placida cittadina della prefettura di Hyōgo, a poco più di mezz’ora di treno da Osaka, tutto sembra ruotare attorno a chi l’ha resa famosa nel mondo, la compagnia Takarazuka Revue e Osamu Tezuka.

Qui Tezuka, che era nato a Toyonaka ed era un discendente di Hattori Hanzō, il leggendario samurai del periodo Sengoku, ha vissuto tra i 5 e i 24 anni, prima di trasferirsi a Tokyo. La natura rigogliosa di queste terre lo ha ispirato sin da piccolo, soprattutto nella sua vera e propria ossessione per gli insetti. Anni dopo, sceglierà il nome del suo coleottero preferito, Osamushi, come nome d’arte.

Da bambino bullizzato che vive in un Paese scivolato nella follia della guerra, il piccolo Tezuka trova nelle fughe nel verde di Takarazuka e nei fumetti compratigli dai suoi genitori il suo modo per evadere dalla realtà. Da ragazzo, rischia anche di perdere un braccio, per via di un vaccino inoculatogli senza adeguate precauzioni igieniche. Salvato da un dottore, decide di studiare medicina. Diventerà ufficialmente un medico nel 1952, dopo aver superato l’esame di abilitazione. Un anno più tardi, nel 1953, Tezuka inizia la serializzazione del manga Ribon no Kishi, noto in Italia come La principessa Zaffiro. Uno dei primissimi manga shojo trasposto in animazione, dalla stessa Mushi Production di Tezuka, nel 1967. Zaffiro, principessa che si finge un uomo, è ispirata alle rappresentazioni del Takarazuka Revue, a cui Tezuka assiste sin da bambino, perché la madre ne era una grande fan.

Nata nel 1914 per volontà del proprietario della linea ferroviaria Hankyū, la Takarazuka Revue è una compagnia teatrale di sole donne, che porta in scena perlopiù spettacoli e storie di derivazione occidentale.

Sulle pareti del teatro, questa primavera, i poster annunciano lo show dedicato a Robin Hood, con varie attrici truccate da allegra brigata di Sherwood.

La popolarità di Zaffiro, capostipite di un nuovo modo di intendere i manga per ragazze, è tra le fonti d’ispirazione nel 1972 del Versailles no Bara (Lady Oscar) di Riyoko Ikeda, un’altra storia di una ragazza nobile costretta dalla società a celarsi dietro abiti maschili. Indirettamente, anche Oscar è figlia dunque di Takarazuka, e il cerchio si chiude molto presto.

“Le Rose di Versailles” vengono portate in scena dal cast femminile del Takarazuka Revue sin dal 1974, in una serie di spettacoli che attirano milioni di spettatori, aumentando sia la popolarità della compagnia teatrale che le dimensioni del fenomeno “Berubara”. Anni prima della serie anime e del film live action.

 

Rose of Versailles – © Takarazuka Revue

La prima tappa di questa calda mattinata di aprile sono le meraviglie del museo di Tezuka, piccolo ma curato fin nei minimi dettagli.

Ricco di tavole, cel e volumi storici, statue e note (anche in inglese) sull’evoluzione della carriera del sensei, non ne lascia da parte o indora i periodi difficili. Come il paradosso dei debiti che aumentavano proporzionalmente alla popolarità della serie anime di Astro Boy.

Una produzione televisiva pionieristica, il primo anime televisivo di successo della TV giapponese, a partire dal gennaio del 1963, che incarna già quegli elementi estetici che diventeranno per il mondo intero sinonimo di anime. Ma pur di realizzarla, Tezuka e la sua Mushi Production hanno accettato un compenso ad episodio troppo basso, che li fa lavorare in perdita.

Negli anni sarà una delle critiche più dure – ma non l’unica – mossa da Hayao Miyazaki nei confronti del dio dei manga. “Se Tezuka avesse chiesto più soldi”, dirà il regista e co-fondatore dello Studio Ghibli, “l’industria degli anime non si sarebbe legata a standard di produzione bassi, compensi inadeguati e ritmi di lavoro insostenibili”.

La struttura a più piani del museo è un viaggio nelle creazioni di Tezuka a cui non è risparmiato neanche un angolo, bagni compresi.

C’è una sezione video con le preziose testimonianze dei colleghi dell’artista, ci sono una piccola libreria e uno shop, e infine ci sono dei banchetti in cui i bambini possono sperimentare con i rudimenti dell’animazione. A supervisionare il tutto, una statua di Tezuka seduto al suo tavolo da disegno mi fa montare in gola quel misto di nostalgia e malinconia a cui non sono mai stato capace di trovare un nome, ma che ormai conosco molto bene.

 

 

Uscito dal museo, mi ritrovo in un piccolo parco, in mezzo ai bambini di un asilo che giocano. Molti di loro, probabilmente, sono troppo piccoli per sapere che gli anime che guardano in TV o su un tablet devono molto a quel signore con occhiali da prima Repubblica e berretto al cui ricordo è votato quell’edificio. Mi lascio alle spalle la statua della Fenice che sorveglia l’ingresso del museo e, qualche centinaio di metri oltre l’incrocio, percorro il piccolo viale che fiancheggia il teatro del Takarazuka Revue. Trovo subito tra le statue di bronzo che punteggiano la passeggiata quelle che stavo cercando. Oscar e André, nella loro versione Takarazuka, e quindi entrambe donne. Sono poste al centro di un piccolo roseto, e non poteva essere altrimenti. A ogni tipo di rosa è assegnato uno dei personaggi della storia.

Tutt’intorno, signore di mezza età scattano foto al teatro, membri attivi di un fandom che va avanti da 111 anni e non ha alcuna intenzione di fermarsi. Mentre torno verso la stazione, dove comprerò la più bizzarra confezione di curry mai vista, su cui campeggiano Oscar e Maria Antonietta disegnate da Ryoko Ikeda, il vento investe il viale di una pioggia di petali di ciliegio che più shojo non si può.

Sembra una di quelle cartoline di Dezaki, i fermo immagine pittorici per cui era famoso il regista dell’anime di Lady Oscar, Osamu Dezaki.

Qui è tutto collegato, è tutto così elegantemente, poeticamente bello.

 

 

Testi e foto di Alessandro Apreda.

 

 

 

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AUTORE Alessandro Apreda
PUBBLICATO IL 3 Febbraio 2026
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