Dopo il caldo afoso dell’estate, finalmente è arrivato settembre. Le scuole sono iniziate da poco e il paese, fino a qualche settimana fa intorpidito dal clima vacanziero, è tornato a vibrare di vita. A migliorare la situazione c’è la festa della parrocchia, tradizionalmente organizzata in questo periodo dell’anno, buona occasione per continuare ad uscire di sera nonostante le vacanze siano oramai finite.
Sono giorni strani, sono giorni magici. Ho 15 anni, ho da poco iniziato le scuole superiori e da qualche mese frequento una nuova compagnia di amici, conosciuti lo scorso maggio e con i quali ho legato da subito. Ho preso lo scooter che era di mio fratello e nel marsupio ho il mio primo telefonino, un Nokia 3210 grigio scuro.
Il silenzio viene rotto, tre punti, due linee, tre punti, sms in codice morse.
Prendo il telefono: SMS da Mascellona. Ah si, la mascellona, simpatico nomignolo con cui i miei nuovi amici hanno ribattezzato una tizia che mi ronza attorno da qualche giorno così rinominata a causa della prominenza della sua mandibola. Credo si chiamasse Federica e fosse di Crespellano, veniva a Calderara per stare con una sua amica in quegli ultimi giorni di estate.
Mi chiede di vederci dietro l’oratorio fra un’oretta. Più tardi mi chiederà di “farci delle storie” ma io, terrorizzato da una cosa che ancora non comprendevo fino in fondo, dirò di no. Stolto.
Bene, fra un’oretta, ho tutto il tempo di andare all’oratorio alla pesca. Ammassati contro il muro di fondo dello stanzone dietro la chiesa ci sono centinaia di oggetti di tutti i tipi.
Dalle caramelle gommose che si vincono con le “serie” fino ai premi più prestigiosi messi in palio dalle numerose aziende che sorgono qui nella zona industriale di Calderara di Reno. Pneumatici, aspirapolvere, viaggi, sedie.
Di tutto.
Fra queste c’è pure la Italeri e io, già grande appassionato di aerei, riconosco subito le scatole con gli aeroplanini in kit di montaggio in mezzo ad un mare di roba che non mi interessa. Ho puntato quello, secondo scaffale dal basso in mezzo alle pelli per asciugare la macchina da un lato e un set di bigodini colorati dall’altro, un piccolo IAI Kfir in Scala 1/72 (con una certa sicurezza posso dire che era il kit n°163 del 1988). Sono forse l’unico qui in mezzo a volerlo o anche solo a capire cosa sta guardando.
Scambio il mio budget serale di 5 mila lire per cinque biglietti e, fra quattro serie che mi procureranno quattro gustose Goleador, in uno di questi c’è un premio, credo fosse un ombrello o qualcosa di simile. Però siamo a Calderara, tutti ci conosciamo e tutti mi conoscono, faccio gli occhi dolci alla catechista dietro il bancone e riesco a scambiare l’ombrello con quel piccolo aeroplano con le ali a delta.
Quella sera di fine estate girerò con una bustina con dentro il mio bottino. No, non limonerò mai la mascellona, non mi “farò delle storie” con lei, ma ero comunque felice.
Mascellona Federica, mi spiace per quella sera, ma proprio non ero pronto.
Ma facciamo un passo indietro.

Il passo indietro: era il 1993 quando mio fratello, classe 1972, tornava a casa dalla naja dopo un anno passato prima a Viterbo (234° VAM) e poi al V Stormo di Rimini-Miramare a far la guardia agli Starfighter. Finalmente dopo tanto tempo la casa tornava a riempirsi, non solo della compagnia di mio fratello, ma anche di racconti, aneddoti, curiosità. Tornava qualcuno di diverso dai miei genitori (che non sono mai andati troppo d’accordo, di fatti sono poi saltati per aria pochi anni dopo) con cui stare, imparare e crescere.
La casa tuttavia iniziò presto a riempirsi anche delle bestemmie di mio padre, condannato controvoglia a costruire assieme a me – il tutto senza alcuna esperienza pregressa se non la proverbiale manualità propria dei Moro – il regalo che mio fratello mi aveva preso al suo ritorno a casa, una scatola di montaggio della Italeri contenente un kit per costruire un modellino in scala 1:72 di un Tornado.
Ancora non lo sapevo, ma lì la mia vita sarebbe cambiata per sempre. Quel momento mi avrebbe definito. Fu quella scatola ad iniziarmi al mondo del modellismo e a gettare le basi per questa passione che ancora oggi pulsa forte in me.

Sebbene quel Tornado venne costruito alla bell’e meglio da mio padre – senza vernice, senza decal, senza alcuna velleità, ma solo con tante bestemmie – da allora non ho mai smesso di emozionarmi davanti alle scatole dei modellini e delle illustrazioni che spesso vi si possono trovare.
Ancora oggi, quando passo davanti ad un negozio di modellismo o quando per caso ne becco una ad un mercatino dell’usato, quando vedo una scatola di montaggio per pochi istanti soltanto riesco a riprovare quel che provai quella sera quando al me di otto anni venne messa in mano la scatola di quel piccolo Tornado. Non solo amo il modellismo, sono innamorato delle scatole di montaggio in generale e della promessa che vedo raffigurata nell’immagine disegnata su alcune di esse.
Ecco allora che con il tempo in casa ha iniziato a prendere forma quella che la mia compagna chiama la pile of shame, la pila della vergogna, una lunga colonna (perché non sa di quelli che ho nascosto nell’armadio) di scatole di montaggio che, lo ammetto, non costruirò mai. Scatole che ho comprato solo perché sono belle. Lo ammetto #2, potrebbero pure essere vuote, non mi interessa. Fra queste, non si scappa, a dominare la pile of shame sono senza dubbio alcuno le troppo numerose scatole della Tamiya. Macchinine, aerei, Mini4WD, un paio di macchine radiocomandate, che non mi piacciono neppure le macchine radiocomandate, ma come fai a resistere alla Top Force Evolution.
Impossibile.

Lo so, non ha senso, ma Tamiya, con il suo linguaggio grafico semplice, diretto, senza fronzoli e incredibilmente efficace, spesso minimale ma mai snob, delicato ed efficace, ha creato un universo dal quale non riesco ad uscire. Nel quale voglio rimanere, nel quale torno, per un istante soltanto quando prendo in mano una di quelle scatole colorate, bambino. Felice, sognante, leggero e spensierato.
I pomeriggi interi passati dentro il vecchio Centro Borgo di Borgo Panigale – semplicemente la Ipercoop per i local – a scegliere la mia prossima Mini4WD che poi, diciamocelo, all’interno delle varie serie (Super, Fully Cowled, Aero ecc) a cambiare era solo la carrozzeria mentre tutto il resto era uguale, ma non mi convincerete, per me la Tridagger X sarà sempre la più bella e veloce delle Mini4WD, con o senza il Plasma Dash.
Plasma Dash, Mini4WD, Black Saber… sigle, nomi, piccoli oggetti colorati curati in ogni più piccolo dettaglio che schizzano in giro per casa. Sbom, sbam, un ruota vola via, un adesivo – mannaggia a quegli adesivi che non stavano attaccati! – si solleva, un bambino cresce e si ritrova la casa invasa da scatole con sopra stampate quelle due stelle magiche.

Oggi, con il modellismo statico come mio hobby principale (tanto che in casa ho una stanza dedicata solo a quello), conosco bene il valore di Tamiya e dei suoi kit, al punto che la mia compagna, sempre paziente e pronta a interessarsi alle mie faccende, quando inizio un nuovo kit mi chiede sempre “è Tamiya?” e, se la mia risposta è no, aggiunge sempre una faccia severa a dirmi “guarda che poi te ne penti”.
Perché Tamiya non sono solo belle scatole e grafiche accattivanti, ma è anche sinonimo di qualità.
Sia ben inteso, anche quella che si professa “First in Quality Around the World” sa richiedere l’intervento di Germano Mosconi, chiunque abbia mai affrontato il tremendo Sea Harrier in 1/48 (kit 61026) sa di cosa parlo, ma la verità è che, attiva nel modellismo statico fin dagli anni ’60, a parte qualche kit un po’ sfigatino, Tamiya è sempre rimasta in pole position. Per qualità, per varietà, per ricchezza di dettagli e per cura maniacale nel packaging. E, cari miei nerd, inutile che ve lo dica quanto sia importante il packaging. Basta andare su Vinted o eBay per trovare scatole vuote di vecchi kit o Mini4WD vendute a diverse decine di euro. Vuote.

Navi, carri armati, automobili, motociclette e aeroplani. Macchine radiocomandate per tutti i gusti. Basta sfogliare un loro catalogo per apprezzare l’enorme varietà di modelli proposti da Tamiya che non solo dimostra quanto profondo sia il legame fra questa casa e la cultura automobilistica e areonautica – un legame che nessuna altra casa produttrice di modellini riesce anche solo ad avvicinare – ma testimonia anche quanto negli anni Tamiya sia sempre riuscita a leggere nel pensiero di noi appassionati per soddisfare le nostre voglie più umide e per creare quell’universo comunicativo che le altre case produttrici di kit di montaggio possono scordarsi.
Tutto è uniforme, tutto è conforme, tutto è preciso, giapponese, curato e leccato, tutto è, semplicemente, perfetto.
Ogni dettaglio presente nei kit dell’azienda giapponese, dalle istruzioni alle numerose indicazioni presenti sulle scatole, riesce a strizzare l’occhio a noi nerd al punto che, ne sono sicuro, in giro c’è parecchia gente che compra i kit della Tamiya anche non essendo modellista.
Solo per il gusto di averli, solo per il gusto di guardarli, un po’ come fatto da me con le scatole contenenti il kit della Opel Calibra da DTM piazzato in salotto accanto a quella della Alfa Romeo 155 DTM come fossero due quadri.
Poco conta che la mia compagna (che, ci tengo a dirlo, non si chiama Federica e non ha nemmeno una mascella così pronunciata) continui a domandarsi il senso di acquistare un modellino per non costruirlo.
Ci sono cose che voi umani non potete capire, per il resto c’è la Hasegawa.
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