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2026-03-06T15:09:23+00:00
EPIC.04

Star Wars Celebration Tokyo

Atterrare a Tokyo è sempre un’esperienza mistica, vuoi per il fuso orario devastante (viaggiare verso Est è sempre difficile se non dormi in aereo) vuoi perché se hai fortuna – e un posto sul laterale sinistro  – ad accoglierti c’è il Fuji San, il monte Fuji ricoperto di neve che in automatico ti fa partire in testa la sigla di Madmoiselle Anne, ma è così, il Fujiyama veglia su di te, così come la Forza scorre potente in ogni Star Wars Celebration.

Mentre afferro le valigie – ancora vuote – la testa corre già al Makuhari Messe di Chiba: immagino gli ingressi che si apriranno come hangar e le prime spade laser che trafiggeranno l’alba di Tokyo. Nel riflesso del finestrino del taxi che mi porta in albergo riconosco occhiaie profonde e un sorriso imperterrito, e penso che in fondo ogni fan di Star Wars viaggia così: con la stessa passione che lo accendeva da bambino. Fuori il paesaggio scorre ordinato, dentro il battito accelera. All’arrivo il vento salato ricorda che la città è insieme mare e metropoli e che ci aspetta un fine settimana in cui il tempo resterà sospeso, come quando il Falcon spalanca i motori e salta nell’iperspazio, lasciando le stelle immobili in scie di luce. Un tempo scandito soltanto da panel, incontri e file – a volte interminabili.

C’è una sorta di rito nel ritirare il badge, passare i controlli, entrare nelle prime sale e sentire quel brusio che cresce e diventa subito coro, nel riconoscere quelle voci così simili alla tua.

 

 

Alla quinta Celebration pensi di averci fatto l’abitudine, ma non è così: ogni volta è come la prima volta. L’adrenalina è identica, il senso di appartenenza intatto. In fiera tutto è esagerato eppure intimo: migliaia di persone che non si conoscono eppure condividono le stesse emozioni nello stesso istante in cui le luci calano e il logo compare sul maxischermo. Non c’è distanza tra palco e platea, tra creatori e spettatori: è come se la Forza fosse davvero lì, a fluire in entrambe le direzioni.

Alla Star Wars Celebration poi ogni dettaglio logistico è organizzato con precisione. I biglietti vengono acquistati in anticipo e si differenziano per tipologia: general admission, VIP o pacchetti speciali con accesso a panel esclusivi. All’ingresso ogni partecipante riceve un badge identificativo e un braccialetto colorato, che servono per il controllo degli accessi e per distinguere le aree riservate. I panel seguono un calendario prestabilito: alcuni richiedono prenotazione, altri prevedono code anticipate di ore per accedere.
All’interno della fiera ci sono stand ufficiali di merchandise, con edizioni limitate, action figure, poster e gadget da collezione, e aree dedicate al trading tra fan per scambiare carte, spillette e memorabilia varie.

L’organizzazione precisa e le regole di accesso assicurano un flusso ordinato di visitatori, con la possibilità di partecipare a tutte le attività previste senza troppi intoppi.

 

 

Nei corridoi del Makuhari Messe si vive però in una dimensione parallela. Pensi di aver programmato la giornata, poi ti ritrovi catapultato in code che diventano conversazioni, in incontri che non avevi previsto, in emozioni che ti ribaltano l’agenda.

Lo spazio fisico della fiera è labirintico, ma ti ci muovi come in un villaggio temporaneo: spade laser accese, mantelli che sfiorano le scale mobili, sorrisi complici scambiati senza nemmeno bisogno di parole.

Le file – lunghe, chilometriche, a volte sfiancanti – sono in realtà il vero tessuto della Celebration: lì impari storie, condividi aspettative. Delle volte altissime anche per le attività da seguire. Ricordo ancora la tensione nervosa alla Celebration di Chicago nel 2019, la corsa subito dopo il panel per la press line internazionale. Ero sola, o meglio con Rovazzi, a condividere la responsabilità di creare contenuti validi dalle interviste da mandare in Italia.

 

 

A sorpresa invece a Tokyo il primo giorno ci ha regalato, dopo il panel di apertura, un red carpet tranquillo, all’aperto ma con la copertura in caso di pioggia. Lì potevi vedere lo scorrere del tempo, che spesso rifugge all’interno dei padiglioni. Lì abbiamo incontrato Pedro Pascal, Sigourney Weaver, Dave Filoni e Jon Favreau, e le interviste si sono svolte nel massimo della tranquillità. Ma la cosa sconvolgente erano i fan dietro, assiepati vicino le transenne.

Durante le registrazioni nessuno schiamazzo, nessun gesto “estremo”, al termine di ogni intervista richiamavano, con educazione, senza sbraitare sbracciandosi, l’attenzione degli attori, esterrefatti anche loro da tanto ordine e disciplina.

Il Giappone, anche per questo, è avanti anni luce.

 

 

Ci sono istanti poi che rimangono incollati addosso – non solo quelli passati sul red carpet. Il boato che esplode al primo trailer, la risata che si propaga come un’onda da un angolo all’altro della sala. In quei momenti ti accorgi che la saga non è fatta solo di film e serie, ma di persone che continuano a darle significato, a farla respirare. Di generazione in generazione. I cosplayer poi incarnano benissimo questo passaggio: Ricordo negli anni di essermi commossa molto davanti a famiglie intere vestite da Jedi (o Sith), con mamma e papà versione Leia e Han Solo (anche reinterpretati in gender swap) e i figli come piccoli Grogu, BB-8 o mini Darth Vader (perché hanno già capito che al Lato Oscuro si è sempre più fighi – a prescindere dai biscotti).

La forza di queste giornate sta proprio qui: ogni momento è condiviso, anche quando credi di viverlo da solo. Basta vedere gli occhi di chi ti passa accanto all’uscita di un panel: hanno lo stesso riflesso dei tuoi.

Le Celebration sono anche fatte di orari improbabili e di pasti da consumare quando ti ricordi o ne hai modo. Fortuna vuole che nella terra del Sol Levante ogni mangiata sia sacra, e c’è sempre qualche conbini pronto a sfamarti a qualsiasi ora del giorno. Quando hai la fortuna di beccare l’orario giusto (del pranzo o della cena) puoi fare pace con il mondo in qualsiasi ristorante, anche quelli all’interno della fiera.

La cosa più assurda però è stato condividere la colazione con alcuni degli attori dei panel, dato che l’hotel in dotazione era quello più vicino alla struttura fieristica. Manny Jacinto (che crush anche di prima mattina) di The Acolyte o Anthony Daniels senza il suo C-3PO addosso. Anche questi dettagli fanno parte di un’esperienza surreale, una sorpresa come in un uovo di Pasqua che non mi sono portata dall’Italia, ma che ho simbolicamente scartato durante la Domenica di Resurrezione e la Pasquetta passate lì, al Convention Center.

 

 

Al secondo giorno il jet lag comincia a ingranare (poco) ma l’impatto emotivo è ancora più forte grazie anche alle parole di Rosario Dawson, che durante le interviste non parla solo di Ahsoka, ma parla di tutti noi: “Non lasciatevi definire dalle etichette”.

 

 

È un concetto che attraversa la sala come una vibrazione: improvvisamente smetti di pensare alla trama e inizi a pensare a te stesso, alle volte in cui ti sei sentito incastrato in ruoli che non ti appartenevano. E in questo Ahsoka è come una sorella maggiore, come una guida silenziosa che non ti giudica, ma ti spinge a cercare la tua rotta. In una società in cui tutto è bianco o nero, Jedi o Sith, ti ricorda che esiste una scala di grigi con cui è necessario fare pace per trovare serenità e stabilità emotiva.

Una stabilità emotiva ritrovata anche da Hayden Christensen, che si era ritirato nella sua fattoria in Canada per disintossicarsi da tutto il marciume buttatogli addosso dai fan per la sua interpretazione di Anakin nella trilogia prequel. Un ragazzo gettato in pasto al mondo da George Lucas senza pensare alle conseguenze.

 

 

“Il miglior consiglio che ho ricevuto dal mio viaggio con Anakin è stato quello di avere pazienza,” ha raccontato Christensen sul red carpet. “Tutto accade come deve, e bisogna imparare a godersi il percorso. È stato un viaggio incredibile con questo personaggio.”

Parole che assumono un significato ancora più profondo se collegate al percorso emotivo dell’attore canadese all’interno della Galassia Lontana: prima l’odio dei fan storici verso la sua interpretazione nella trilogia prequel, poi il tripudio di gioia delle nuove generazioni, cresciute proprio con quella trilogia, che lo hanno acclamato già alla Celebration di Londra 2023, portandolo alle lacrime sul palco. Christensen ha poi parlato del lavoro sul set con Dave Filoni e Rosario Dawson: “Con Ahsoka abbiamo avuto la possibilità di mostrare un lato diverso di Anakin. La sua relazione con Ahsoka è profonda, e in questa nuova stagione avremo l’occasione di esplorarla ulteriormente, dando ancora più spessore alla sua storia.”

Il ritorno dell’attore nel ruolo è ancora una volta un ponte emotivo tra le epoche della saga, un legame che continua a far battere forte il cuore di chi ama Star Wars.

 

 

Le ultime ore però hanno sempre un sapore dolce-amaro. Proprio quando avevi imparato a memoria i percorsi fra i corridoi devi andare via, e allora ti guardi intorno e cerchi di imprimere ogni dettaglio nella memoria: il rumore dei passi sui pavimenti lucidi, i neon che riflettono sulle spade laser, i sorrisi stanchi ma pieni.

Sai che finirà, ma sai anche che non ti lascerà mai del tutto.

La saga continua, gli annunci si susseguiranno, le serie e i film arriveranno. Ma quello che resta, più di tutto, è l’energia umana, quella che non si spegne con il panel di chiusura.

 

 

È come la dissolvenza in nero di ogni episodio: senti che la storia non è finita, che ci sarà un seguito, e già ti domandi quando e dove.

Speri di esserci, e la testa va già al 2027 a Los Angeles, prossimo appuntamento per trovarsi, di nuovo, tutti insieme in una Galassia che così lontana non è.

 

 

Testi di Eva Carducci
Foto di Antonio Moro

 

 

 

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AUTORE Eva Carducci
PUBBLICATO IL 6 Marzo 2026
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